Un problema di nomi
L’Homo sapiens è una specie composta da individui insicuri e molto aggressivi. Nel corso dell’evoluzione, essi hanno inventato ogni sorta di aiuto sovrannaturale per sopportare l’apparente illogicità della vita terrena. Trasformare queste stampelle in religioni istituzionalizzate con le quali sfruttare la superstizione altrui è sempre stato un gioco molto facile. In tutte le epoche, comunque, la categoria di uomini più perseguitata, vessata e umiliata, in assoluto, è sempre stata quella dei non-credenti. E, badate bene, non tanto dei credenti in qualcos’altro, ma di coloro che si rifiutavano di credere in qualsiasi dogma astratto, in qualsiasi postulato di fede privo di prove di alcun genere. Non crediate che questa sia un’affermazione forte o eccessiva: la situazione continua anche oggi sotto i nostri occhi. In America non esiste politico a nessun livello che, se vuole considerarsi anche solo vagamente eleggibile, si dichiari apertamente ateo, anche se molti lo devono essere per pure questioni statistiche. Anche quando tutti gli altri gruppi ostracizzati e ghettizzati nel corso della storia, come le donne, gli afroamericani, gli ebrei, i gay, hanno cominciato a conquistare i loro diritti, gli atei sono rimasti a bocca asciutta. Non è di molto tempo fa la dichiarazione di Bush “Non credo che un ateo possa essere un buon americano e un patriota, non ho intenzione di ascoltare le loro richieste.” Ma questo riguarda l’America, no? Qui in Italia le cose funzionano diversamente. Sulla carta. Ma quante forze politiche hanno avuto la capacità di governare senza l’appoggio della Chiesa? Chi, pur dichiarandosi non credente, ha provato a proporre una politica realmente laica e basata sulla ragione, sull’osservazione della realtà, sulla logica? A parte qualche battaglia dei Radicali contro i mulini a vento, sono ben pochi quelli che hanno osato sfidare il potere del Vaticano. Pensateci un attimo: persino il nome di chi non crede in amici immaginari o demiurghi fantasiosi è denigratorio. Il termine “ateo” è stato usato come spregiativo per secoli, e soltanto recentemente gli atei stessi se ne sono impadroniti per descriversi. Tuttavia, la stessa radice etimologica presenta un’evidente nota d’insulto sotterraneo: “A” - alfa privativo - “Teo” - dio. Senza dio, un termine che sottolinea una mancanza. Ma non sono certo gli atei a soffrire di una mancanza! Non si potrebbe forse dire, con la stessa logica, che sono i credenti a non avere spirito critico, coraggio nell’affrontare la vita qui ed ora per ciò che è, pensiero autonomo e inquisitorio, logica e capacità di osservazione? Alcuni hanno deciso di affrontare il problema, in realtà aggirandolo, definendosi “agnostici”, ancora una volta una mancanza derivata dall’etimo greco che significa “privi di conoscenza”. Essi affermano che non si può dire né che dio esista né che dio non esista e, in pratica, non si pongono il problema. Il che, dal mio punto di vista, è un modo arzigogolato di dire che, in ogni caso, non ci credono. Ma “agnostico” suona più rassicurante e più filosoficamente corretto, elegante. Tuttavia rimane il fatto che gli atei stessi non hanno un nome che non sia denigrante in cui riconoscersi. Sono state fatte molte proposte al riguardo… “Luminosi”, “Naturalisti”, “Realisti”… Tutti termini che hanno anche altri significati decisamente fuorvianti. E, d’altronde, non è facile trovare un termine che tutti riescano ad accettare, poiché organizzare degli atei è come cercare di creare un branco di gatti. Un ateo, per definizione, è una persona che non accetta molto volentieri ciò che cala dall’alto acriticamente, una persona che vuole essere il più possibile autonoma e indipendente nel proprio pensiero. Questo impedisce automaticamente la formazione di grandi associazioni organizzate, anche se qualcuno ci sta provando. Il fatto è che, volenti o nolenti, nessuno ha mai conquistato diritti sociali con la forza individuale. E il nome è un problema non da poco.