Famiglia o famiglie
Cominciamo subito con un tema scottante e più che mai attuale, quello degli ex “PACS” (ora chiamati DiCo) e della reazione (in tutti i sensi) del mondo cattolico e non solo a una simile eventualità legislativa. Come ben sapete, il 12 maggio a Roma si terrà il “Family Day”, una manifestazione contro la possibilità di equiparare le coppie di fatto a quelle basate sul sacramento e l’istituzione del matrimonio. Curiosa portavoce di questa iniziativa è Eugenia Roccella, il cui padre è stato tra i fondatori del partito Radicale e amico di Marco Pannella. Nonostante queste influenze fortemente laiche e anticlericali (almeno a parole) questa donna politica che si è distinta in passato per lotte e rivendicazioni femministe oggi capeggia una malassortita compagine di realtà collegate con le autorità religiose o, comunque, vicine ad esse per ideologia. Si vuole impedire a tutti i costi che passi una qualche legge su questo argomento e si vuole ribadire il fatto che la famiglia è il fondamento naturale della società. In un’intervista al TG5, la Roccella afferma che nei Paesi in cui sono passate leggi sulle coppie di fatto, etero e omosessuali, ciò ha comportato un disgregamento del tessuto sociale. A prescindere dal fatto che già sarebbe interessante capire cosa stia dietro a questi termini tipicamente demagogici e politichesi, la cosa ancora più interessante sarebbe avere delle statistiche effettive da controllare, possibilmente realizzate da agenzie indipendenti, per vedere quali dati vengono presi in esame quando si fanno delle affermazioni tanto forti.
La difesa del nucleo monofamiliare, poi, da parte di una femminista, è una cosa che possiamo vedere senza scoppiare a ridere soltanto in questo freddo e buio periodo di riflusso, di “controriforma” e di disinformazione. Poche istituzioni nella storia della società occidentale sono state tanto sessiste, discriminanti e patriarcali, foriere di umiliazioni e non raramente di violenza, emotiva, psicologica e fisica come questa presunta “cellula naturale”. Quando viene denunciata la morte di un bambino piccolo, le prime persone che vengono interrogate e ritenute sospette dagli inquirenti sono i genitori. La prima persona che viene fermata e interrogata nel caso di morte della moglie, è il marito. Credo che questo mostri molto più chiaramente, al di là dei deliri demagogici e nazional-popolari di questi movimenti tutt’altro che spontanei, ciò che veramente pensiamo della “famiglia”. Inoltre, sul fatto che il nucleo unifamiliare sia il “quanto” base naturale della costruzione sociale, basandosi sull’unione eterosessuale di un uomo e una donna al fine ultimo della procreazione, non varrebbe nemmeno la pena di rispondere per quanto questa affermazione sia ridicola e totalmente falsa. La costruzione di una società basata su tali assiomi è estremamente tarda, quasi del tutto squisitamente occidentale e, da sempre, intrisa di ideologia e superstizione cristiana. “Naturale” è un termine che i portavoce di questi movimenti dovrebbero usare con molta più accortezza, dato che (senza andare a vedere altre specie di primati o di mammiferi superiori) abbiamo anche nell’ambito prettamente umano una gamma praticamente infinita di organizzazioni sociali differenti con “nuclei” basati su principi etici e parentali diversi. Il clan, la struttura tribale, le famiglie allargate di agricoltori di ogni cultura e tempo, le confederazioni degli indiani delle grandi praterie in America o gli imperi africani… Ognuno definiva in maniera del tutto arbitraria ciò che significava “famiglia” (quand’anche questo concetto era presente), con tanto di diversi legami e nomi per i rapporti parentali, con cure differenti per i figli e con maggiore o minore tolleranza di coppie “anomale” o di individui omosessuali. Non esiste una famiglia naturale, né nella natura delle altre specie, né nella storia e nella testimonianza umana.
Un’altra argomentazione tipica è la necessità dei bambini di crescere educati da una figura maschile e una femminile di riferimento. Se questo dovesse essere universale, allora che dire di una coppia divorziata in cui un figlio viene cresciuto quasi soltanto e unicamente da uno dei due genitori (e non parlo in senso teorico: io sono uno di questi esempi)? Altri affermano che non si può lasciar crescere un bambino a una coppia di omosessuali o di lesbiche perché verrebbe “traviato”, diventando anch’egli gay o comunque dovendo sopportare una situazione “anomala” e squilibrata. Verrebbe da chiedersi come mai, dato che il 99% dei bambini in Occidente viene cresciuto da coppie eterosessuali, esistano dei gay in primo luogo! Proprio come il fatto di crescere con genitori eterosessuali non dà alcun tipo di certezza di diventare tali, allo stesso modo essere cresciuti da una coppia gay non significa affatto che il bambino diventi automaticamente omosessuale. E sulle “figure di riferimento” alcune persone farebbero bene a rileggersi Freud, invece che non capirlo o traviarlo per i propri fini in malafede.
Che possiamo dire? È il segno dei tempi. L’intolleranza, la paura, l’ignoranza, l’insicurezza, il sospetto di tutto ciò che è diverso… Questi sentimenti umani ci hanno accompagnato per tutta la nostra storia, con alterne fortune e momenti di picco e di calo. Certamente, questo non è un momento in cui esser molto fieri del comportamento dei propri simili.